Articolo a cura di Elisabetta Valentina Salvi
Introduzione
L’attuale scenario macroeconomico dell’Eurozona è dominato da un fenomeno che non può più essere considerato temporaneo: il rafforzamento della valuta unica, che si sta spingendo verso la soglia di 1,20 contro il dollaro. Se da un lato questo “super euro” testimonia una rinnovata fiducia degli investitori, dall’altro rappresenta una sfida complessa per la Banca Centrale Europea (BCE), che si trova a dover bilanciare il controllo dell’inflazione con la necessità di sostenere una crescita ancora fragile.
L’Euro forte come “tassa implicita” sulla crescita
In termini di politica monetaria, un euro che si apprezza rapidamente agisce come una stretta monetaria implicita, anche se i tassi di interesse ufficiali rimangono invariati. Questo avviene attraverso due canali principali:
- Il canale dei prezzi: l’apprezzamento riduce il costo delle importazioni (specialmente quelle energetiche quotate in dollari), comprimendo l’inflazione e rischiando di portarla persistentemente sotto l’obiettivo del 2%. In Francia, ad esempio, il carovita è già sceso allo 0,4% a gennaio 2026.
- Il canale della competitività: un euro forte penalizza le esportazioni europee, rendendo i prodotti del Vecchio Continente più costosi sui mercati globali. Questo colpisce duramente i settori manifatturieri e ad alta intensità di export, come l’automotive e il lusso, che costituiscono il motore economico di paesi come Italia e Germania.
La pressione cinese e i dazi statunitensi
A complicare il quadro interviene il riorientamento strategico del commercio globale. A seguito dei dazi imposti dall’amministrazione Trump negli Stati Uniti, Pechino ha iniziato a dirigere i propri prodotti a basso costo verso il mercato europeo. Secondo i dati recenti, le importazioni cinesi nell’Eurozona sono aumentate dell’11% in volume, mentre i loro prezzi sono diminuiti di oltre il 10%, generando un forte effetto disinflazionistico.
Allo stesso tempo, le minacce di dazi americani fino al 30% sui beni europei rappresentano un ulteriore shock. Confindustria ha osservato che la combinazione tra i dazi USA (fissati al 10%) e l’apprezzamento dell’euro (circa l’11%) crea di fatto una “barriera all’export totale” superiore al 20%, raddoppiando l’impatto negativo per le imprese italiane ed europee.
L’attendismo della BCE e le prospettive future
Nonostante queste pressioni, la BCE ha scelto finora di mantenere i tassi invariati al 2%. La presidente Christine Lagarde ha adottato una postura “agile”, definendo i rischi per l’inflazione come bilanciati, sebbene diversi governatori nazionali, tra cui Olli Rehn (Finlandia) e l’uscente Villeroy de Galhau (Francia), abbiano espresso preoccupazione per i rischi al ribasso del carovita.
L’inazione di Francoforte è vista da alcuni analisti come un attendismo costoso che rischia di indebolire strutturalmente l’area euro. Tuttavia, il consenso suggerisce che se la moneta unica dovesse superare quota 1,25 o se l’inflazione rimanesse persistentemente sotto il target, la discussione su un nuovo taglio dei tassi (forse già a settembre 2025 o marzo 2026) tornerebbe prepotentemente in agenda.
Oltre la politica monetaria: riforme e innovazione
Sul lungo termine, la resilienza dell’Eurozona non potrà dipendere solo dalla politica monetaria. La BCE stessa ha sottolineato l’importanza di investimenti privati legati all’intelligenza artificiale, che potrebbe favorire la produttività riducendo al contempo le pressioni inflazionistiche. Per una stabilità duratura, rimangono fondamentali i progressi istituzionali, come il completamento dell’Unione dei mercati dei capitali e una maggiore autonomia strategica europea.
In conclusione, l’euro forte non è solo un segnale di solidità, ma anche il sintomo di una congiuntura in cui la politica monetaria rischia di diventare eccessivamente restrittiva proprio quando la crescita ne avrebbe più bisogno. Le prossime riunioni di Francoforte saranno decisive per capire se la BCE saprà reagire tempestivamente a queste dinamiche globali o se lascerà che la valuta unica diventi, paradossalmente, un freno per l’economia reale.
Fonti
