Articolo a cura di Raffaele Mascolo
Introduzione
Oracle occupa una posizione sistemica nei mercati dei capitali ed è un punto di riferimento per comprendere come le big tech stiano finanziando la corsa all’AI. La combinazione tra dimensioni, leva finanziaria e nuove strategie di crescita rende il suo profilo di rischio particolarmente osservato da investitori, creditori e autorità di rating, suscitando interrogativi sulla sostenibilità di tale strategia.
Fondata da Larry Ellison nel 1977, Oracle è cresciuta come leader dei database relazionali, fornendo software per la gestione dei dati aziendali. Negli anni ha ampliato il perimetro con applicazioni ERP e CRM (attraverso suite come Oracle E-Business e l’acquisizione di NetSuite), hardware e sistemi integrati, oltre a servizi cloud tramite la Oracle Cloud Infrastructure (OCI) per fornire potenza di calcolo e storage via Internet. Più di recente, Oracle si è avvicinata all’intelligenza artificiale stringendo partnership strategiche, in particolare con OpenAI, per fornire potenza di calcolo per l’addestramento dei modelli. La società si propone di essere un punto di riferimento nel cloud e nell’infrastruttura cloud AI.
L’espansione accelerata di Oracle non ha solo implicazioni industriali e finanziarie, ma apre anche un fronte delicato sul piano della governance e della trasparenza informativa. Quando una società aumenta drasticamente la leva finanziaria e ricorre ripetutamente al mercato dei capitali, le aspettative degli investitori sulla qualità delle informazioni fornite diventano centrali. È in questo contesto che emergono tensioni tra management, azionisti e creditori, sfociando in contenziosi legali che possono amplificare il rischio percepito dal mercato.
La class action e il potenziale impatto
A gennaio 2026 un gruppo di bondholder di Oracle ha intentato una class action presso la corte di New York sostenendo che Oracle li abbia ingannati in occasione dell’emissione obbligazionaria di settembre 2025. Nel dettaglio, Oracle aveva collocato $18 miliardi di obbligazioni il 25 settembre 2025 (subito dopo l’annuncio dell’accordo con OpenAI) per finanziare l’espansione AI. Nel prospetto dell’offerta obbligazionaria, la società affermava che “potrebbe essere necessario” ricorrere ad altro debito in futuro. Secondo gli investitori querelanti, questa dichiarazione era fuorviante e omissiva: Oracle sapeva già in quella fase che avrebbe dovuto indebitarsi molto di più, avendo in cantiere (già entro novembre) i mega-prestiti da $38 miliardi per i data center OpenAI. In altri termini, i bondholder affermano che Oracle avrebbe dovuto dichiarare apertamente che ulteriori debiti erano già pianificati, anziché ipotetici, perché ciò ovviamente incide sulla rischiosità delle obbligazioni.
Quando a metà novembre 2025 trapelò la notizia dei nuovi prestiti da $38 miliardi, il mercato obbligazionario reagì bruscamente: i bond Oracle esistenti persero valore e gli spread salirono ai livelli di aziende con rating più basso. I bondholder si sono trovati con perdite mark-to-market importanti che ammonterebbero a circa $1,3 miliardi di perdite sulla carta in pochi mesi, stando a stime di mercato). Nella loro denuncia affermano che il vertice esecutivo Oracle e le 16 banche collocatrici sarebbero legalmente responsabili di tali perdite perché hanno violato il Securities Act del 1933, omettendo informazioni materiali nelle offerte, chiedendo dunque un risarcimento per i danni subiti.
Ma le azioni legali intentate dai bondholder non rappresentano un episodio isolato, perché si inseriscono in un quadro più ampio di crescente vulnerabilità finanziaria: quando il debito aumenta rapidamente, ogni nuova informazione negativa – legale, operativa o reputazionale – tende ad avere un impatto amplificato sul profilo di credito. Per questo motivo, comprendere la struttura del debito di Oracle e le scelte di finanziamento adottate negli ultimi anni è essenziale per valutare la sostenibilità del suo modello di crescita.
L’uso del debito da parte di Oracle: una strategia rischiosa?
Fino a pochi anni fa Oracle presentava un bilancio solido e rating creditizi affidabili. A partire dal 2021–2022, tuttavia, la società ha avviato una strategia di crescita finanziata in misura crescente tramite debito, legata a operazioni strategiche di ampia portata:
- Acquisizioni: Oracle ha realizzato acquisizioni miliardarie facendo leva sull’indebitamento. Il caso più rilevante è l’acquisizione di Cerner, completata nel giugno 2022 per circa 28 miliardi di dollari. Per finanziare questa operazione Oracle ha acceso un enorme prestito ponte da $15,7 miliardi, seguito dall’emissione di 7 miliardi di dollari in obbligazioni a lungo termine. Le agenzie di rating avevano segnalato il rischio di un downgrade e, infatti, subito dopo l’operazione Fitch ha ridotto il rating di Oracle da BBB+ a BBB.
- Buyback e dividendi: Negli anni precedenti Oracle ha destinato decine di miliardi di dollari in share buyback (riacquisto di azioni proprie) e alla distribuzione di dividendi. Una parte significativa di queste restituzioni di capitale agli azionisti è stata finanziata attraverso l’utilizzo della liquidità disponibile.
- Cloud AI: L’incremento più marcato dell’indebitamento è avvenuto con la decisione di investire in maniera massiccia nelle infrastrutture cloud per l’intelligenza artificiale. Nel settembre 2025 Oracle ha annunciato un contratto quinquennale da 300 miliardi di dollari per la fornitura di capacità cloud a OpenAI. Per sostenere tale impegno, la società ha fatto ricorso a nuove emissioni obbligazionarie e, successivamente, a ulteriori finanziamenti bancari organizzati con un pool di istituti di credito. Nel giro di pochi mesi, queste operazioni hanno determinato un aumento consistente del debito, diretto e indiretto, legato all’espansione nel segmento AI.
Oggi il rapporto Debt/Equity dell’azienda è pari al 432%. Un dato impressionante, specie se confrontato con altre big tech e potenziali competitor:
| Ticker | Debt | Equity | D/E | Rating |
| ORCL | $ 131,7 | $ 30,5 | 432% | BBB |
| MSFT | $ 120,0 | $ 361,0 | 33% | AAA |
| AMZN | $ 135,0 | $ 369,0 | 37% | AA- |
| GOOG | $ 33,7 | $ 386,9 | 9% | AA+ |
| META | $ 51,5 | $ 194,1 | 27% | AA- |
| IBM | $ 63,1 | $ 27,9 | 226% | A- |
| SAP | $ 9,1 | $ 50,5 | 18% | A+ |
Oracle sta adottando una leva finanziaria tipica di un hyperscaler (l’uso molto elevato del debito per finanziare infrastrutture su scala enorme), senza tuttavia disporre della medesima scala finanziaria e capacità di assorbimento del rischio. Uno dei rischi più immediati è rappresentato dal downgrade del rating creditizio: come già anticipato, Moody’s e S&P hanno collocato Oracle sotto osservazione con outlook negativo. Un eventuale declassamento al di sotto dell’investment grade, in area high yield o addirittura “junk”, potrebbe innescare vendite forzate delle obbligazioni Oracle da parte di numerosi fondi istituzionali, vincolati per mandato a detenere esclusivamente titoli con rating investment grade, amplificando le pressioni sul costo del debito e sulla liquidità del titolo.
L’aumento della leva finanziaria, il deterioramento del sentiment sul titolo e il rischio di downgrade hanno un riflesso diretto sui mercati dei derivati creditizi. In particolare, i Credit Default Swap diventano lo strumento privilegiato attraverso cui investitori, banche e fondi misurano e gestiscono il rischio di insolvenza di Oracle.
Ma cosa sono i Credit Default Swap (CDS) e come funzionano?
I Credit Default Swap (CDS) sono strumenti finanziari derivati utilizzati per trasferire e gestire il rischio di insolvenza di un emittente. Attraverso un CDS, un investitore può tutelarsi contro il possibile default di un debitore versando un premio periodico a una controparte che si assume tale rischio.Si tratta di contratti bilaterali che coinvolgono due soggetti: il protection buyer e il protection seller. Il primo è spesso un investitore che possiede un’obbligazione e desidera coprirsi dal rischio che l’emittente non onori i propri impegni finanziari, anche se il possesso del titolo sottostante non è un requisito necessario. Infatti, chi acquista o vende un CDS non deve necessariamente detenere il bond di riferimento.Il CDS “scommette” sul merito creditizio di un’entità, che può essere una corporate o uno Stato, indipendentemente dall’investimento obbligazionario. Questa caratteristica rende il CDS uno strumento utilizzabile anche a fini speculativi, permettendo agli operatori di trarre profitto dalle variazioni nella percezione del rischio di credito. Il protection seller, spesso una banca o un fondo, riceve il premio e, in cambio, si fa carico del rischio di default dell’emittente.
Il protection buyer corrisponde un premio periodico, espresso in basis point e calcolato su un valore nozionale. Tale premio rappresenta il costo del CDS ed è strettamente legato al rischio di insolvenza percepito: a un aumento del rischio corrisponde un incremento del premio richiesto, secondo una relazione direttamente proporzionale.
Se avviene un evento di default, il protection seller deve rimborsare il protection buyer. Tipicamente, il CDS viene regolato pagando al protection buyer la perdita subita sul titolo sottostante: ad esempio, se Oracle fallisse e un suo bond avesse un recupero di 40 centesimi per dollaro, il CDS pagherebbe gli altri 60 centesimi per ogni dollaro nozionale, compensando l’investitore assicurato.
Ma cosa sta spingendo questa corsa ai CDS su Oracle?
Solo nel primo semestre dell’anno fiscale 2026, Oracle ha “bruciato” circa 10 miliardi di dollari di cassa per finanziare queste iniziative, spingendo il free cash flow in territorio negativo. A ciò si aggiungono i dubbi sulla tempistica dei ritorni economici e la forte concentrazione del business su un unico grande cliente, OpenAI, i cui ricavi aggiuntivi devono ancora concretizzarsi. Questo scenario alimenta le preoccupazioni degli investitori, timorosi che i “big bets” sull’AI richiedano tempi lunghi prima di generare benefici tangibili. I risultati finanziari più recenti hanno inoltre deluso le aspettative di crescita, suggerendo che i vantaggi derivanti dall’AI potrebbero non materializzarsi con la rapidità necessaria a giustificare l’attuale livello di spesa. Ne è derivata una perdita di fiducia che ha innescato un forte calo del titolo in Borsa, mentre il mercato inizia a temere la formazione di una bolla dell’AI, caratterizzata da investimenti eccessivi rispetto ai ritorni nel breve periodo.
L’elevato livello di indebitamento contratto per finanziare acquisizioni e nuovi progetti sta alimentando le preoccupazioni dei creditori, poiché un aumento del debito si traduce direttamente in un maggiore rischio di insolvenza. In questo contesto, le ingenti spese legate all’intelligenza artificiale e il conseguente cash flow negativo rappresentano un elemento centrale di criticità.
In linea con questo deterioramento del sentiment, il costo per assicurarsi contro il default di Oracle è salito ai massimi degli ultimi anni, segnalando una crescente percezione del rischio di credito. In particolare, il CDS a 5 anni ha superato i 125 bps, un livello che non si registrava dalla crisi finanziaria del 2008.
Ad oggi Oracle si trova al centro di una prova di credibilità che va oltre l’andamento del suo titolo. Il mix di tensioni geopolitiche, contenziosi legali e massicci investimenti finanziati a debito nell’intelligenza artificiale ha acceso un faro sul suo profilo di rischio, rendendola un caso simbolo per l’intero mercato del credito. La reazione dei CDS mostra come gli investitori stiano già scontando uno scenario più incerto: se Oracle riuscirà a dimostrare che la scommessa sull’AI è sostenibile e capace di generare valore, potrà riconquistare fiducia; in caso contrario, il suo percorso potrebbe anticipare difficoltà più ampie per tutte le aziende che stanno spingendo sull’innovazione tecnologica facendo leva sul debito.
